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Apertura - E la chiamano estate...

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CHI SALVERÀ I GIUSTI DAL REGIME DEGLI INGIUSTI?

06 AGOSTO 2013 - C'era una volta l'estate. C'è ancora, metereologicamente. Ma per colpa della decadenza economica e sociale del nostro Paese, gli italiani sono vittima di una certa ineffabile infelicità e pesantezza dell'essere che inpedisce loro di godersi l'estate come facevano una volta. E' cambiata anche la sociologia degli italiani. Oggi, ad esempio, le carovane degli emigrati al Nord che ritornano al Sud non c'è più. Quando i servizi televisivi fanno vedere le spiagge, intervistano o turisti o autoctoni, manca la tipologia del reduce dalla fabbrica. Detto questo, che è un dato fondamentale per capire il perché della maggiore tristezza generale (appunto è venuto a mancare qui da noi, a Sud, l'allegria del reduce!), ad abbatterci tutti incondizionatamente è il peso della sempre più vasta e generalizzata difficoltà economica, che si ripercuote immancabilmente sulla psicologia e sulla capcità di godere degli aspetti frivoli dell'estate. In cosa consiste la differenza fra vivere e sopravvivevere all'interno della "società dei consumi"? Chi vive ha accesso al superfluo, gli altri no. Così, questa estate, basta poco per far percepire con una sensibilità acuita la gravità della situazione, che è peggiorata roispetto all'anno, quando già era peggiorata rispetto all'anno prima e così via all'indietro fino a non so dove, forse fino agli anni '80. E anche limitandosi a un'analisi sommaria del contesto, non può che sorprenderci il diffuso grigiore, l'atonia, la devastante normalità. Non un motivetto di canzone orecchiabile (non uno di quei vecchi "tormentoni" che ci accompagnavano con la loro energia nei mesi caldi); non un solo vero campione straniero regalato dal calciomercato al campionato italiano (vi prego, non parlatemi di Tevez o di Higuain); non un grande evento per le piazze di nessuna città. Limitandoci a fare il catalogo delle cose superflue, dobbiamo registrare la mancanza, questa estate, di quelle piccole grandi concessioni cheil mercato della "società dello spettacolo" garantiva - fino a qualche anno fa - anche ai cittadini italiani. Stiamo parlando di fumo negli occhi, ma tant'è, si sa, gli italiani vanno da sempre avanti con "panem et circenses". Ma oggi quel poco - che era tutto! - non cè più. Siamo chiamati a cercare un colpevole. E' inevitabile in una situazione come questa. E allora ci viene detto - dai politici, dai giornalisti, dai maestri del pensiero... - che è colpa della crisi economica. E poi magari in coda aggiungono, come zuccherino per gli zotici, che però la crisi sta per finire, che le cose miglioreranno. Nessuno che abbia il coraggio di guardare questo Paese in faccia o anche di guardarsi allo specchio, di sollevare la questione delle ingiustizie di fondo di cui è vittima la società italiana. Non esiste mobilità sociale e non esiste mobilità politica. Il dramma - non lo ripeteremo mai abbastanza! - è che continuaiamo ad essere governati da tutta una genìa di politici di scarso valore o peggio anche corrotti, che non dimostrano alcuna capacità - e il più delle volte neanche la volontà - di far cambiare marcia all'Italia. Sono bravissimi, questi nostri politici, a difendersi come "casta", ma più di quello non sanno fare. L'anti-politica nasce per questo: perché la politica è divenuta non uno strumento per l'inclusione ma per l'esclusione. Molti dei cittadini che prima erano inclusi nel "sistema" - buono o cattivo che fosse per loro poco importava - ormai si rendono conto di esserne stati tagliati fuori. Privati di dignità economica, sociale e politica, orde di senza-nulla-da-perdere stanno vedendosi sequestrare, insieme ai loro sogni, quel residuo di minima allegria che sapevano mettergli addoso il sole d'agosto, il mare, il calciomercato e gli spettacoli di piazza. Chi in Italia ha meno di quarantanni e non è figlio di nessuno è miseramente condannato alla povertà o a a lavorare per sopravvivere, in uno Stato ingiusto, che sta facendo pagare ai più giovani gli sperperi di altre generazioni. I difetti congeniti del nostro "sistema" hanno aggravato le conseguenze della globalizzazione. La mancanza di solidarietà intergenerazionale e di solidarietà sociale, uniti al bieco opportunismo di certi imprenditori e alla malafede dei politici italiani, stanno compromettendo il futuro irreparabilmente. Il punto e il problema è dove trovare, in un Paese che non ha mai coltivato la propria innocenza, la forza per ripartire. Dove sono i "giusti", i "volenterosi", i "pieni di speranza", gli "altruisti", i "rivoluzionari"? Ci sarà mai qualcuno, in futuro, che si premurerà di curare e tutelare i più deboli in un mondo dominato dal principio del Potere e in Italia condannato a tutte le sue peggiori degenerazioni? Purtroppo la generazione dei nostri padri sta attraversando il limbo di un tramonto miserabile. Hanno vissuto in una società cresciuta sull'onda del boom economico, ma non hanno saputo costruire un Paese capace di affrontare un momento drammatico come quello che stiamo attraversando. Elsa Morante immaginava che il mondo potesse essere salvato dai ragazzini. Sarà. Noi limitiamoci ad osservare la generazione dei trenta-quarantenni. Stanno dimostrandosi anch'essi non all'altezza, per certi versi vittime delle generazioni precedenti, in parte vittime di se stessi. In questo questo contesto, noi ci auguriamo ancora che l'Italia venga stravolta da una rivoluzione civile capace di ribaltare tutti i paradigmi della vita pubblica nel nostro Paese. Ma non vediamo alcuna prospettiva. E crediamo che, consciamente o inconsciamente, questa sensazione la proviamo tutti. Chi restituirà agli italiani quegli euro che, fino a qualche estate fa, ci permettevano di canticchiare allegramente canzoni come quella di Valeria Rossi (vi ricordate)? Nessuno. E allora è proprio una brutta estate! (S.D.)











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