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Apertura - Le infauste parabole del capitalismo e il destino dei lavoratori

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IL VALORE DEL LAVORO NEL MONDO DEL CAPITALE

19 OTTOBRE 2012 - Riprendiamo, dopo l'estate, la cura del nostro bollettino. Lo facciamo in un momento triste come tanti altri vissuti nella storia del nostro Paese, luogo di scandali a non finire e di un endemico malaffare. Servirebbe a poco ogni riferimento all'antropologia dell'italiano. Chi è l'italiano?! Ogni risposta sarebbe una stupida generalizzazione. Esistono però certamente tra di noi dei miserabili approfittatori, così come esistono evasori, ladri, corrotti, concussori... Tutte figure "professionali" la cui esistenza e proliferazione ci è stata segnalata puntualmente negli ultimi vent'anni (da Tangentopoli in poi) con più o meno costante acribia. E chissà quanti se ne nascondono, qua e là, da Nord a Sud, in grandi metropoli o piccoli comuni, speriamo con il patema d'animo sempre crescente per il fiato sul collo della magistratura. Speravamo di averla fatta finita, con i mariuoli, ai tempi di Tangentopoli. Sotto Berlusconi ci siamo amaramente resi conto che le cose non erano cambiate. Oggi però ci appare chiaramente come il reale problema dell'Italia non sia poi, in realtò, davvero quello, poiché la "crisi" che sta investendo il nostro Paese, e della quale però paradossalmente si parla di meno, è di natura geopolitica.
Ci inorgoglisce, in un certo senso, la maturità degli italiani onesti, poiché non ci pare che nessuno, al contrario di venti anni fa, stia scendendo in piazza a sventolare cappi. Forse gli italiani hanno capito che il problema della corruzione viene sventolato solo allorché i Poteri Forti vogliono cambiare classe dirigente, o forse già tutti i desiderosi si sono approfittati del magna-magna pubblico e non c'è più nessuno che possa lanciare monetine. I più coscienti non possono invece non capire che il vero problema dell'Italia è invece la carenza di produzione, alla quale si lega poi la mancanza di lavoro, e che il mostro che causa, per sua natura intrinseca, la "crisi" è il Capitalismo, la sua natura intrinseca, che non ha etica, non ha sentimenti, e al quale non è importato nulla creare la "crisi" in Paesi come l'Italia, trasferendo le proprie produzioni e i propri flussi di denaro in altri luoghi.
Spesso i bene informati ci dicono che l'Italia non è adeguata per gli investimenti dei capitalisti. Capiamo che ciò significa che siamo attualmente ancora una realtà molto lontana, fortunatamente, da quella della Cina. Ma capiamo anche che qualcuno vorrebbe forse portarci verso quelle condizioni. Sappiamo che
la fortuna del capitalismo (industriale o finanziario) è legata alla possibilità dello sfruttamento. Alla fine degli anni '80 del secolo scorso il crollo dell'Unione Sovietica e della Cina comunista hanno permesso al capitalismo occidentale di conquistare nuovi territori di sfruttamento: spazi e popolazioni da utilizzare per creare nuove possibilità per l'accumulazione del capitale. E poiché il capitalismo non ha etica, i processi di produzione sono stati trasferiti e Paesi come l'Italia abbandonati poco alla volta al loro destino (disoccupazione e povertà). Un giorno in Cina avverrà tanta emancipazione che non sarà più conveniente, per i capitalisti, produrre lì. E quel giorno forse l'Italia davvero sarà stata ridotta nelle condizioni di una nuova Cina, nella quale tornare a produrre, mentre, al contrario, l'economia della Cina entrerà in crisi. La nostra crisi però intanto sarà durata trenta o cinquant'anni, noi saremo morti, e saremo morti da schiavi di un'ideologia e di un'economia che invece è da rigettare, calpestare, sputare. (S.D.)











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