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Autore del mese - Dicembre 2013

IN VETRINA

NICCOLO' MACHIAVELLI

10 DICEMBRE 2013 - Niccolò Machiavelli (Firenze 1469-1527), nobile fiorentino, fu un grande personaggio politico e un grandissimo letterato, e non solo uno scrittore di politica e di storia, anche se tale voleva essere considerato. Fin dalla giovinezza esplorò i più diversi filoni della letteratura volgare, scrisse canti sboccati e vivaci, oltre a opere in cui affronta i suoi temi preferiti (fortuna, ingratitudine, ambizione) e si inserisce anche da protagonista nel dibattito sulla “questione della lingua”. Sua quella che è rimasta la più celebre commedia del Rinascimento, La mandragola.
Sposato dal 1501 con Marietta Corsini, dalla quale ebbe cinque figli ma alla quale non fu mai molto fedele (nelle sue lettere parla spesso di amori fugaci o anche tenaci, come quello per la Riccia o per la cantante Barbara Salutati), lo si vede impegnato in attività pubbliche dal 1498 e per quindici anni a servizio della Repubblica fiorentina. Iniziò la sua carriera alla caduta di Girolamo Savonarola, dapprima come segretario della Seconda Cancelleria e, in seguito, segretario del Consiglio dei Dieci. Dal 1503 al 1506 si occupò dell'organizzazione dell'esercito della Repubblica di Firenze. Svolse delicate missioni diplomatiche presso la corte di Francia (1504, 1510-11), la Santa Sede (1506) e la corte imperiale di Germania (1507-1508), e tenne le comunicazioni ufficiali fra gli organi di governo centrali e gli ambasciatori e funzionari dell'esercito impegnati presso le corti straniere o nel territorio fiorentino. Inoltre, egli svolse un ruolo importante nella riconquista di Pisa (1509), dopo più di 15 anni di ribellione. Nel 1512 i Medici, sostenuti dall'esercito spagnolo, rientrarono a Firenze e, dopo un breve interregno, ripresero il controllo della città. Machiavelli venne rimosso dai suoi incarichi di governo e condannato a un anno di confino nel territorio fiorentino. L'anno successivo, accusato di aver preso parte a una congiura ordita contro i Medici, fu imprigionato. Quando Giovanni de' Medici venne eletto al soglio pontificio con il nome di Leone X, a Firenze fu proclamata un'amnistia e anche Machiavelli venne scarcerato. Nonostante i suoi tentativi di guadagnarsi il favore dei membri della famiglia Medici, Machiavelli non ottenne più in seno al governo la posizione preminente che aveva occupato in passato, anche se negli anni successivi venne incaricato di svolgere alcune missioni di carattere diplomatico e militare.
Dopo il suo rilascio si ritirò con la famiglia nella casa di campagna dell'Albergaccio, vicino a San Casciano, dove scrisse i suoi più importanti lavori, tra cui
Il Principe e i Discorsi sulla prima deca di Tito Livio, opere nelle quali trova compiuta espressione il suo pensiero storico e politico. Attraverso un’attenta osservazione della realtà nel suo concreto accadere, Machiavelli si sforza di ricavare delle leggi universali concretamente sperimentabili. L’evoluzione del suo pensiero politico approda a un’immagine conflittuale dell’uomo nella Storia, dove la razionalità motivata si trova sempre ostacolata dalla forza delle passioni, in un continuo e drammatico scontro con gli altri e con le cose. Ne Il Principe teorizza uno Stato reso saldo dalla capacità (virtù nel senso latino di virtus = coraggio, abilità) del Principe: uno Stato forte per armi proprie e saldo per fermezza di propositi, con volontà d'azione e sagacia nel governo di chi lo regge.
All'inizio del 1518 Machiavelli compose la “Commedia di Callimaco e Lucrezia”, cioè
La Mandragola, che viene data alle scene per la prima volta durante le rappresentazioni teatrali organizzate per le nozze di Lorenzo de' Medici (detto Lorenzino) con Margherita de La Tour d'Auvergne nel settembre dello stesso anno. La fortuna dell'opera fu rapida e suscitò grande ammirazione e interesse anche fuori di Firenze. Sempre del 1518 è probabilmente la novella Il demonio che prese moglie, una favola meglio conosciuta col titolo di Belfagor Arcidiavolo. Nel 1519 comincia a scrivere il trattato Dell'arte della guerra, che verrà portato a compimento l'anno dopo: è il primo testo teorico di arte militare dell'epoca moderna, nel quale teorizza il superamento del sistema feudale che privilegiava la cavalleria per arrivare alla nuova concezione della milizia territoriale o popolare teorizzando una riforma delle istituzioni militari.
Nel 1520, il cardinale Giulio de' Medici (poi Papa Clemente VII) lo incaricò di scrivere la Storia di Firenze: nacquero così le
Istorie fiorentine (1520 – 1525). In quello stesso anno venne inviato a Lucca per tutelare gli interessi di alcuni mercanti fiorentini coinvolti in un grave fallimento e qui scrive la Vita di Castruccio Castracani, che è la favola esemplare del principe virtuoso o razionale. Tra la fine del 1524 e i primi giorni del 1525 compone Clizia, una commedia che ha quasi un sapore autobiografico, perché in essa Machiavelli rappresenta il suo amore per Barbara Raffacani Salutati. Alla fine del 1525 Machiavelli compose le Canzoni che chiudono i cinque atti della Commedia per le rappresentazioni del Carnevale di Modena del 1526, patrocinate da Francesco Guicciardini e cantate da “Barbera” Salutati.
Con la notizia del Sacco di Roma (1527) i fiorentini cacciarono i Medici dalla città e ristabilirono la costituzione repubblicana. Machiavelli, che si era recato a Civitavecchia per ispezionare la flotta di Andrea Doria, torna precipitosamente a Firenze, ma si trova di fronte a una generale ostilità, determinata non solo dalla sua collaborazione coi Medici, anche se di scarsa rilevanza, ma anche dalle interpretazioni faziose che si cominciano a dare de
Il Principe, raccogliendo quasi una generale avversione, perché, come scrive Giovan Battista Busini in una sua lettera a Benedetto Varchi, “pareva che quel suo Principe fosse stato un documento da insegnare al Duca di tor loro tutta la roba e a’ poveri tutta la libertà; ai piagnoni pareva che e’ fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo o più valente di loro; talché ognuno lo odiava”. Machiavelli viene così escluso da tutte le cariche della nuova repubblica. Morì all'improvviso in quello stesso 1527, il 22 giugno, lasciando i cinque figli in una povertà maggiore di quella che aveva ereditato da suo padre.











Niccolò Machiavelli

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